PILOTI
Tobias
Wolff
Il
mio amico Clark e io decidemmo di costruire un aereo a reazione.
Così passammo tre settimane in camera sua a perfezionare
il progetto al tavolo da disegno. A volte Clark mi lasciva
mettere la visiera verde e maneggiare la squadra e il compasso,
però ai a lungo. Io disegnavo come legge uno che legge
le labbra; per Clark guardarmi era una tortura. Quando non
ne poteva più, mi scansava con una spinta, lasciandomi
libero di giocherellare con le sue cose – la spada da
samurai, la pistola Webley col tamburo otturato – e di
gironzolare per la casa.
La mamma di Clark di solito era fuori. Presi l’abitudine
di prepararmi un panino e di accomodarmi nella poltrona di cuoio
in soggiorno dove ascoltavo dei vecchi dischi e studiavo gli
album con le foto di famiglia. Erano gente fortunata, i genitori
di Clark, fortunata e niente affatto sorpresa dalla propria fortuna
Lo vedevi da quelle foto che a loro tutto veniva facile, lo vedevi
dagli ampi paesaggi alle loro spalle, dalle barche e le auto,
dalle facce sempre rilassate: erano bella gente cui, era chiaro,
non capitava mai di perdere il lavoro, di avere mal di testa,
o di buttarsi fuori di casa. Guardavo ogni fotografia come fosse
una porta da cui potevo entrare, finchè dentro di me qualcosa
girava storto e mi venivano i nervi. Allora mettevo via gli album,
e tornavo in camera di Clark a controllare il suo lavoro e a
esigere questa o quella modifica.
Sicuro di sé e comandone in tutto salvo che in questo,
Clark prendeva molto sul serio quasi tutte le mie idee, e la
cosa mi rendeva tirannico. Più lui si mostrava sollecito
nell’accogliere i miei suggerimenti, più io spadroneggiavo
e delle sue proposte me la ridevo come fossero battute idiote.
Ma Clark aveva a cuore più la perfezione dell’aereo
che l’amor proprio; non ci metteva niente ad appallottolare
una pagine su cui magari aveva lavorato per delle ore e a ricominciare
tutto daccapo, se solo mi veniva qualche nuova alzata d’ingegno.
Non era umiltà la sua, quanto piuttosto una fiducia che
sgorgava da imperturbabili profondità e che lo rendeva
sordo a ogni supplica quando invece una delle mie idee ispirate
non lo convinceva. A volte – in realtà, piuttosto
spesso – contemplavo quella sua testa quadrata sollevando
la spada da samurai, e immaginavo di sferrare un colpo che gliela
spiccasse dal collo, facendola cadere sul pavimento come un melone
maturo.
Clark era ostinato ma in lui non c’era ombra di meschinità.
Non se la prendeva mai; era sempre lo stesso, un giorno dopo
l’altro, scrupoloso e coi piedi per terra. Benché la
sua famiglia avesse molti soldi e spendesse e spandesse, lui
non era né viziato né interessato al possesso salvo
per ciò che riguardava gli strumenti necessari a qualche
suo progetto. In otto o nove mesi che eravamo amici, avevamo
girato due film dell’orrore con la cinepresa 8 millimetri
di suo papà, avevamo costruito una catapulta così perfetta
che i suoi genitori ci avevano imposto di distruggerla, e avevamo
messo insieme una slitta mostruosa e ingovernabile usando il
telaio di un letto e cinque vecchi sci di legno che avevamo trovato
nell’immondizia dei suoi vicini di casa. Scrivemmo anche
il copione di un giallo radiofonico per un concorso che una radio
locale bandiva ogni anno, e Clark continuò a ribattere
pazientemente a macchina tutto quanto mentre io inventavo colpi
di scena sempre più tortuosi e dialoghi sempre più ampollosi
(– Mio caro Castairs, è stato davvero molto acuto
da parte sua notare il fango sulla giacca del mio smoking. Che
disdetta, però, che le sia sfuggito il revolver che ho
in tasca! – ) Restammo sbalorditi di non vincere.
Io ci mettevo il genio, o almeno così credevo. Ma già allora
mi rendevo perfettamente conto che era Clark a dare forma alle
mie intuizioni e a fare tutto il lavoro. I disegni del nostro
aereo, fatti su una carta frusciante, erano minutamente particolareggiati,
come dei progetti veri e, per accaparrarseli, una spia non avrebbe
esitato a tagliare la gola a qualcuno. Quando li esaminavo a
fine giornata (prospettive frontali e laterali, dall’alto,
da dietro e da sotto), i diversi disegni combaciavano come i
prezzi di un puzzle e la carta perdeva la sua piattezza. Quei
fogli diventavano un aereo, un aereo a reazione, il mio aereo
a reazione E per tutta la lunga corsa fino a casa, ero nella
cabina di pilotaggio del mio jet, e volavo risentendo le vette
dentellate, zig–zagavano dentro le valli scoscese, disturbavo
i pescatori nello stretto e passavo a tutta birra sopra la città con
una tale scarica di lampi e di tuoni che le partite di football
venivano interrotte a metà, e le majorette restavano a
bocca aperta col naso all’insù, le gambe ancora
piegate sotto i gonnellini scozzesi. Un rollio della carlinga,
una scrollata delle ali ed ero bell’e scomparso, schizzando
su, dentro le nuvole. Sentivo l’accelerazione di gravità sulle
braccia, sul petto, sulla faccia. La pelle schiacciata indietro
sugli zigomi. Le lacrime che mi correvano dalle code degli occhi.
L’aereo ballava come un matto. E anche quando era impossibile
andare più in alto, io andavo più in alto. Cristo,
se volavo!
Clark
e io non avevamo parlato molto della costruzione vera e propria
del nostro jet. Avevamo lasciato la questione in sospeso intanto
che mettevamo a punto il progetto. Ma non potevamo continuare
a lavorare in eterno al progetto; stavamo cominciando ad annoiarci,
ormai era una barba. Poi un bel giorno, durane l’intervallo,
Clark mi venne vicino e disse che sapeva dove avremmo potuto
procurarci un tettuccio d’aereo. Quando gli domandai
dove, lanciò un’occhiata al ragazzo con cui stava
facendo tiri al canestro e strinse le labbra. Da tempo aveva
deciso che costituivo un vero rischio per la sicurezza. – Aspetta
e vedrai, – mi disse, e riprese a giocare.
Per tutto il pomeriggio lo tormentai perché mi dicesse
dove stava questo benedetto tettuccio e chi ce lo avrebbe dato.
Ma lui s’era cucito la bocca. Lo avrei strangolato volentieri.
Dopo suola, invece di dirigersi verso casa, Clark proseguì giù per
il viale, oltre l’ufficio postale, il supermercato e la
fila di drive–in e di sale giochi dove bazzicavano i ragazzi
delle superiori. Clark aveva le gambe lunghe e non guardava mai
né a destra né a sinistra, filava dritto come un
razzo, ed era una fatica tenergli dietro. Detestavo stargli alle
calcagna, così, sudato, col fiatone, ignaro della nostra
meta, e più ancora detestavo il fatto che lui fosse così sicuro
che lo avrei seguito comunque.
Girammo nel vicolo accanto alla sede dell’Odd Fellows e
costeggiammo un immenso parcheggio pieno di scuolabus, poi attraversammo
un terreno in costruzione sbucando in un parco dove una volta
ero stato inseguito da certi ragazzi più grandi. Dalla
parte opposta del parco superammo il ponte sul torrente Flint,
gonfio per la pioggia incessante di una settimana. Al di là del
ponte la strada si riduceva a una serie di pozzanghere costeggiate
da casette dall’aria inzuppata che erano sovrastate da
alberi gocciolanti. A quel punto avevo smesso di domandargli
dove stavamo andando, perché lo sapevo. Avevo già fatto
quella strada milioni di volte.
- Non mi ricordo di avere mai visto dei tettucci da Freddy, – dissi.
- Ha un capannone intero pieno di roba.
- Lo so, ci sono stato, ma non ho mai visto nessun tettuccio.
- Magari l’ha appena rimediato.
- Sarebbe una bella fortuna.
Clark accelerò il passo.
Dissi: – Allora, Mister Top Secret, com’è che
hai detto a Freddy dell’aereo?
- Non gliel’ho detto io. Gliel’ha detto Sandra.
E a quel punto mi toccò lasciare correre, perché ero
stato io a dirlo a Sandra.
Era una strada senza uscita e la casa di Freddy era proprio in
fondo. Mentre ci avvicinavamo sentivo il ringhio delle motoseghe
venire dagli alberi dietro la casa. Un tempo Freddy e io eravamo
stati capaci di passarci giornate intere in quel bosco. Restai
indietro mentre Clark arrivava alla casa e bussava. La madre
di Freddy aprì la porta. Fece entrare Clark e aspettò mentre
attraversavo il cortile e salivo i gradini. – Be’,
meglio tardi che mai, – mi disse, non era un rimprovero,
ma a me fece lo stesso quell’effetto. Mi scompigliò i
capelli mentre le passavo davanti. – sei cresciuto un bel
po’.
- Sì, signora.
- Freddy è in cucina.
Freddy chiuse il suo libro e si alzò dal tavolo. Sorrise
timidamente. – Ciao, – disse, e io dissi: – Ciao, – di
rimando, Fu dura. Era quasi un anno che non ci rivolgevamo la
parola, da quando lui era andato in ospedale. La madre di Freddy
entrò subito dopo di noi e disse; – Su, sedetevi,
ragazzi. Toglietevi i giacconi. Freddy, metti qualcuno di quei
biscotti su un piatto.
- Non posso restare molto, – disse Clark, ma nessuno gli
rispose così alla fine appese la sua
giacca a una sedia e si avvicinò al tavolo. Era un tavolo
rotondo che occupava quasi tutta la cucina. Sul piano del tavolo
il fratello di Freddy, Tanker, aveva intagliato un sacco di figure.
C’erano dei nobili cervi e dei pesci guizzanti, delle aquile
con dei conigli fra gli artigli, dei coguari accovacciati sopra
delle capre. Tanker teneva sempre la lama del Barlow impegnata
mentre raccontava le sue storie, bevendo una lattina di Olympia.
E proprio come le sue storie, i disegni intagliati scivolavano
uno dentro l’altro senza soluzione di continuità e
avrebbero coperto l’intero tavolo se Tanker non fosse morto.
Nell’aria c’era lo stesso odore delle lavanderie,
e i vetri delle finestre erano appannati. Freddy versò alcuni
Oreo su un piatto e me lo porse. Io lo passai a Clark senza prendere
nemmeno un biscotto. Il piatto era sudicio. Non era propriamente
incrostato, non c’era nessun grosso residuo di cibo in
evidenza; era solo lercio. Ma non era una novità. E infatti
non mangiavo mai niente a casa di Freddy, salvo quando proprio
morivo di fame. Clark invece sembrò non farci caso. Prese
una manciata di biscotti, e dopo qualche istante di indecisione
anche la madre di Freddy ne prese uno. Era una donna esile con
le scapole che sporgevano come due ali quando stava con le spalle
curve, come ora, che sbocconcellava il suo Oreo. Si girò verso
di me, gli occhi così tristi che dovetti fare uno sforzo
per non guardare da un’altra parte. – Ancora non
riesco a credere che sei così cresciuto, – mi disse. – Freddy,
non trovi che è molto cresciuto?
- Come la gramigna, – disse Freddy.
- Come un gigante, – dissi io, ricadendo mio malgrado nel
nostro vecchio gioco.
Gli occhi di Clark andavano da Freddy a me e viceversa.
La madre di Freddy disse: – Se ho capito bene voi ragazzi
state costruendo un aereo, eh?
- Siamo giusto agli inizi, – disse Clark.
- E’ una cosa fantastica, – proseguì la madre
di Freddy. – Un aereo, caspita!
- Al momento stiamo cercando un tettuccio, – disse Clark.
Nessuno disse niente per un po’. La madre di Freddy incrociò le
braccia sul petto e si ingobbì ancora di più. Poi
disse: – Freddy, dovresti raccontare ai tuoi amici quello
che stavi raccontando a me, su quel tipo di cui parla il tuo
libro.
- Sì, va bene, – disse Freddy. – Magari dopo
glielo dico.
- Digli dei teschi.
- Teschi umani? – domandai io.
- Sì, a montagne! – disse la madre di Freddy.
- E’ la stoia di Tamerlano, – spiegò Freddy.
E attaccò a descrivere la vendetta di Tamerlano
sulle città persiane che avevano osato resistere alla
sua avanzata. Era una vicenda piuttosto macabra, e Freddy non
lesinò i particolari più atroci né cercò di
nascondere il piacere che gli davano, o la soddisfazione che
provava pronunciando le frasi ridondanti che imparava sui libri
che andava leggendo. Era tipico di Freddy. Lui era buono come
il pane, ma aveva una vera fissa per i Vichinghi, gli Aztechi,
Gengis Khan, i Crociati e tutti quegli altri vecchi sbudellatori
e cavaocchi. E io uguale. Era un interesse che avevamo in comune
Clark ascoltò a bocca aperta, con un’aria leggermente
sbigottita.
Non seppi mai esattamente come fosse morto Tanker; aveva avuto
un incidente mentre era in moto, appena fuori Spokane, Freddy
mi aveva raccontato solo questo. Bisognava avere conosciuto Tanker
per capire cosa avesse significato questa tragedia nella loro
vita. Quella di Freddy era una famiglia molto sfortunata. I pipistrelli
avevano occupato il sottotetto della loro casa. Le loro auto
deponevano le trasmissioni come le galline le uova. Venivano
regolarmente beccati quando guidavano con la patente scaduta,
o abbandonavano l’immondizia in luoghi dove era vietato,
o non pagavano delle tasse, o almeno tutto questo capitava a
Ivan. Ivan era il patrigno di Freddy e uno sfigato di prim’ordine.
Non era cattivo o vizioso, era solo pieno di idee brillanti per
la quali si cacciava regolarmente nei guai, peggiorando la già difficile
situazione della famiglia, come quella volta in cui non aveva
pagato le tasse sulla casa per via di una certa esenzione per
i veterani di cui aveva sentito parlare, i cui termini però aveva
mancato di accertare, così dopo avevano scoperto che lui
non rientrava fra le categorie esentate. Questo colpo magistrale
quasi gli era costata la casa, che il padre di Freddy, morendo,
aveva lasciato libera da ipoteche. Tanker era l’unico in
famiglia che fosse in grado di tenere testa a Ivan, e non solo
perché era più grosso e più capace. Ivan
aveva un debole per il figliastro. Dopo l’incidente, si
mise a letto per una settimana filata, poi si alzò e sparì.
Quando Tanker era in casa, tutti si raccoglievano in cucina,
e stavano seduti attorno al tavolo, a reggersi la pancia dal
gran ridere per le cose che lui raccontava. Tanker tirava fuori
certe storie che io, al posto suo, non avrei raccontato per tutto
l’oro del mondo, come quella del giorno in cui gli si ruppe
la moto mentre era a casa del diavolo e un’auto si fermò ma
invece di dargli un passaggio quelli dall’auto gli tirarono
addosso un sacchetto pieno di cacca. A quel punto lo bloccò un
poliziotto in servizio di pattugliamento e lo portò in
prigione facendolo viaggiare nel bagagliaio, e tutto durante
una tormenta di neve. Tanker raccontava questa storia che se
fosse l’avventura più meravigliosa che gli fosse
mai capitata, e le lacrime gli luccicavano negli occhi. Conosceva
un sacco di gente, Tanker, ragazzi coi giacconi di cuoio screpolato
e l’aria smagata, e la casa era sempre piena dei suoi amici.
Tanker era capace di aggiustare qualsiasi cosa: l’impianto
idraulico, i motori, i tetti che perdevano, tutto. A volte caricava
me e Freddy sul suo furgone, un vero macinino, e ci portava a
pescare. Ci dava dei nomi indiani. Io ero Brutto Compagno di
Tenda, perché mi lamentavo sempre e russavo. Freddy era
Stomaco Macina Tutto. Dopo la morte di Tanker, in casa di Freddy
cambiò tutto. Adesso c’era sempre la quiete gelida
che riecheggiava di abbandono. Ivan alla fine ritornò da
vattelappesca dove era stato, ma lo stesso era quasi sempre via,
impegnato in qualche nuova impresa. Quando Freddy e io tornavamo
da scuola, la casa era sempre immersa nel buio e nel silenzio.
Sua madre era chiusa nella camera da letto sul retro A volte
ne usciva per offrirci un panino e farci delle domande sulla
nostra giornata, ma avrei preferito che non lo facesse. Non avevo
mai visto tanto dolore; mi atterriva. Ed ero ancora più atterrito
dai tentativi di lei di superarlo, perché fallivano in
modo plateale e patetico, rivelandomi un mondo di cui avevo solo
cominciato a sospettare l’esistenza, un modo dove le ferite
non guarivano e le cose non finivano sempre per il meglio.
Un giorno Freddy e io giocavamo a pallacanestro per strada, davanti
casa, quando sua madre lo chiamò e lui dovette rientrare
Approfittai della sua assenza per esercitarmi col mio colpo segreto.
Era un tiro a uncino con cui fregavo sempre Freddy; con quel
tiro lui non riusciva nemmeno a colpire il tabellone. Scartai
e tirai, scartai e tirai, dieci volte, venti volte; cinquanta
volte. E Freddy ancora non tornava. C’era un grande silenzio.
L’unico rumore era quello della palla che colpiva il tabellone
l’anello del canestro, l’asfalto. Dopo un po’ smisi
di fare tiri e me ne stetti fermo là, ad aspettare, facendo
rimbalzare su e giù la palla con una mano. La palla era
troppo gonfia e mi schizzava subito in mano, con un cupo e vuoto
rimbombo accompagnato da una nota acuta e tintinnante che indugiava
nel silenzio. Mi dava i brividi. Ma continuai a palleggiare,
incapace di interrompere quel ritmo che mi aveva come stregato.
La mia mano si muoveva da sola, avvolgendo delicatamente col
palmo la palla sporca di terriccio e spingendola giù quel
tanto che bastava per farla rimbalzare di nuovo. Il rumore dei
colpi diventava sempre più forte, più ampio, più vuoto,
il rumore del vuoto in sé, che pulsava come un mal di
testa. Spaventato, afferrai la palla e me la strinsi al petto.
Guardai la casa. Nessun segno di vita. Pensai alla madre di Freddy,
sempre chiusa lì dentro, e a Freddy, là dentro
con lei, tutti e due ingoiati dalla miseria. Nel suo silenzio
la casa sembrava dotata di coscienza e come in attesa di qualcosa.
Buttai via la palla, percorsi a grandi passi tutto il vialetto
d’accesso, poi di botto mi misi a correre. Stavo ancora
correndo quando arrivai al parco. Fu questa la volta in cui certi
ragazzi più grandi di me si misero a inseguirmi, aizzati
dallo spettacolo della mia fuga vigliacca. Mi corsero dietro
per più di cento metri, poi però si lasciarono
seminare, ma se davvero avessero voluto avrebbero potuto raggiungermi
senza problemi. Loro però correvano per il gusto di farlo
e la drammaticità della mia corsa li sconcertò,
facendo perdere loro il rimo.
Ero in preda al panico, ma perché? Non poteva dipendere
solo dalla situazione in casa di Freddy. No, è che lo
squallore della mia stessa famiglia di giorno in giorno cominciava
ad apparire più chiaro. Allora non potevo ammettere questa
consapevolezza, non ancora almeno, tuttavia era sempre là,
in attesa nella mie viscere: un’amara premonizione, un
crampo e un senso di allarme davanti a ogni segno di sfortuna
o di debolezza negli altri, come se simili cose fossero in agguato
anche per me.
Freddy aveva l’asma. Qualche giorno dopo la mia precipitosa
fuga da casa sua, ebbe un attacco grave e venne ricoverato in
ospedale. Ce lo disse in classe l’insegnante. Fece scrivere
a tutti noi dei biglietti d’auguri, e distribuì delle
fotocopie con l’indirizzo dell’ospedale e gli orari
di visita. Per raggiungerlo bastava una breve passeggiata. Sapevo
che dovevo andarci, non pensavo ad altro, al punto che qualsiasi
altra cosa feci quella settimana significò soprattutto
che non stavo andando a trovar Freddy, tuttavia non riuscii a
decidermi. Quando Freddy tornò a scuola non fui capace
di rivolgergli la parola e nemmeno di guardarlo in faccia. Andai
dritto a casa quando suonò la campanella, uscendo dal
portone principale anziché dalla porta laterale, quella
che di solito usavamo Freddy e io. Poi mi accorsi che anche lui
aveva cominciato a evitarmi. Mangiava rintanandosi in fondo alla
mensa; quando ci incrociavamo in corridoio arrossiva e guardava
il pavimento. Si comportava come se mi avesse fatto qualche torto,
e la vergogna che la sua reazione mi provocò mi rese ancora
più ombroso. Per una volta, ero molto solo, e fu così che
Clark e io divenimmo amici. Questa era la prima volta che tornavo
a casa di Freddy dal giorno in cui ne ero scappato via.
Clark ci diede dentro con gli Oreo mentre Freddy raccontava la
truculenta storia della vendetta di Tamerlano, e quando ebbe
finito ne raccontai una io, presa da un libro che mi aveva dato
mio fratello sulla guerriglia sudista organizzata dal Generale
Quantrill ai tempi della Guerra civile. Era una storia veramente
terribile, crudele e mortificante; il protagonista era uno psicopatico
soprannominato “Billy il Sanguinario”. Mi rendevo
conto che mentre parlavo Freddy mi guardava come rapito. Sua
madre, quando il racconto divenne raccapricciante, non lesinò le
esclamazioni sconvolte e disperate: – No, Dio santo, no! –,
proprio come faceva una volta, quando tutti e tre insieme guardavamo
alla tivù Regina per un giorno ogni pomeriggio, sbavando
senza vergogna sui casi bizzarri e dolorosi raccontati fra i
singhiozzi dai concorrenti, selezionati proprio in virtù delle
loro vite disgraziate. Clark invece mi guardava severo. Era impaziente
che ci occupassimo dei nostri affari, e troppo sano per questi
macabri racconti. Sapevo che stava vedendo un aspetto di me che
non conosceva, e che probabilmente non gli piaceva, ma continuai
a calcare la mano sui risvolti più orrendi. Non potevo
rinunciare al vecchio e quasi dimenticato piacere di vedere Freddy
pendere dalle mie labbra, in estasi davanti a tanta nefandezza.
Poi tutto a un tratto si aprì la porta sul retro e Ivan
fece capolino in cucina. La sua faccia era ancora più grossa
e più bianca di quanto ricordassi, e quasi a confermare
l’esattezza dei miei ricordi, in testa portava un berretto
da caccia rosso troppo piccolo per lui, che gli restava appoggiato
sul cucuzzolo come quei microscopici cappellini di carta che
si usano alle feste. Aveva i pantaloni sporchi di fango fino
alle ginocchia: Mi guardò e disse: – Che mi venga
un colpo! E’ un sacco che non ci si vede, eh? – In
mezzo a una delle lenti degli occhiali aveva un grosso grumo
di fango, come la pupilla disegnata su un paio di occhiali da
pagliaccio. Ivan guardò Clark, poi la madre di Freddy. – Bella
mia, non ci crederai ma quel maledetto camion mi si è impantanato
di nuovo.
Soffiava un vento umido. Freddy, Clark e io restammo con le spalle
curve e le mani in tasca a guardare Ivan che girava attorno al
vecchio autocarro di Tanker carico di legna, spiegandoci perché non
era colpa sua se le gomme erano consumate quasi fino all’asse. – La
verità è che questo macinino non ce la fa più –.
Diede una manata al paraurti. – Non è più di
primo pelo… da anni!
- ‘Gnorsì, – disse Freddy. – E’ vecchio
come il cucco e questo è un fatto.
- Siamo arrivati al capolinea, sono già due volte che
il camion mi si impantana, – disse Ivan.
- Non c’è due senza tre, – dissi io.
- E la quarta vien da sé, – disse Freddy.
- Esatto, – disse Ivan. – Ma non ho il coraggio di
venderlo –. E a quel punto vidi che la
mascella gli tremava e pensai con orrore che stava per mettersi a piangere. Ma
non pianse. Schiacciò il labbro inferiore contro i denti, se lo succhiò con
aria tetra, poi lo risputò fuori. Aveva delle labbra carnose ed espressive.
Per capire di che umore era, gli guardavo la bocca anziché gli occhi,
sempre sepolti furbescamente sotto le palpebre socchiuse.
- No, per tirarlo fuori di qui, l’unica è scaricare la legna. Voi
ragazzi siete pronti con l’olio di gomito? Freddy e io ci guardammo senza
fiatare. Clark stava studiando il camion. – Vuole davvero che scarichiamo
tutta quella legna?
- Ma cosa vuoi che sia, per dei ragazzi grandi e grossi come voi? Scommetto che
ci metterete meno di un’ora, – disse Ivan. – Poi un’altra
trentina di minuti per ricaricare la legna sul camion. Vedrai, in poco più di
un’ora avrete bell’e finito.
Il pianale del camion era coperto di legna da ardere, una catasta alta quanto
le fasce laterali con una specie di picco al centro. Ivan aveva fatto legna tagliando
gli alberi dietro la casa. Ormai ce n’erano rimasti pochini e quasi mezzo
ettaro di bosco era stato trasformato in un pantano pieno di spuntoni, attraversato
dai solchi lasciati dalle gomme pieni di acqua nera. Oltre il pantano sorgeva
una casa da cui giungevano sempre un sacco di urla. C’erano due figlie
pallide e magre come chiodi che bisticciavano incessantemente con la madre, e
strillando correvano fuori di casa, e strillando saltavano dentro le auto col
motore truccato dei loro amichetti. Il padre e i figlio maschio erano come cane
e gatto, e tiravano avanti rivendendo i pezzi cannibalizzati dalla raccolta di
rottami che occupava il cortile posteriore della loro casa. Ogni pomeriggio e
durante i fine settimana uscivano di casa per sdraiarsi sotto quelle vecchie
carcasse d'auto e urlavano l’un l’altro, superando con la voce il
fracasso delle loro chiavi inglesi. Freddy e io avevamo passato ore, con la faccia
sporca di neforumo e dei ramoscelli fra i capelli, a spiare questa famiglia nascosti
dietro gli alberi. Adesso Freddy non aveva più bisogno di spiarli: scomparsi
gli alberi, i vicini erano in piena vista tutto il tempo.
Ivan aveva sgobbato forte per trasformare gli alberi in legna da ardere. Ma la
legna da ardere valeva poco. I quattro soldi che così raggranellava non
valevano la pena, non valevano la scomparsa di tutto quel verde, e degli uccelli,
e dei dispettosi scoiattoli, e della frescura in estate, e delle lunghe lame
di luce del pomeriggio. Quel bosco per me era stato la selvaggia regione degli
indiani Irochesi, la foresta inglese e la giungla africana. Era stato Marte.
E adesso tutti questi luoghi non esistevano più, erano scomparsi. Ero
un ragazzino che non sapeva che non avrebbe mai costruito un aereo a reazione,
ma sapeva che questo lago di fango era l’opera di un idiota.
- Secondo me lei può fare uscire il camion dal fango senza bisogno di
scaricarlo, – disse Clark.
- Già provato. Niente da fare –. Ivan si sedette sul ceppo di un
albero e si guardò attorno con aria soddisfatta. – Prima cominciate,
prima finirete, ragazzi.
- Un punto in tempo ne salva cento, – dissi io.
- Chi ha tempo non aspetti tempo, – disse Freddy.
- Avanti, coraggio, – disse Ivan.
Clark si era arrampicato su una ragnatela di radici. Ne discese e avanzò verso
il camion. Più si avvicinava, più il terreno si faceva brodoso,
così cominciò a camminare in punta di piedi, poi procedette saltando
prima su un piede poi sull’altro, ma non c’era un punto solido su
cui atterrare e ogni volta che saltava affondava di più.Quando sprofondò oltre
le caviglie, rinunciò a ogni cautela e prese a camminare normalmente,
con le scarpe da ginnastica che gorgogliavano, raccogliendo fango a ogni passo.
Quando arrivò al camion, sembrava che avesse ai piedi due palloni pesanti
da ginnastica. Si accovacciò dietro una delle ruote posteriori, poi dietro
l’altra.
- Possiamo provare a stendere due guide di legno, – disse.
Ivan ci strizzò l’occhio. – Guide di legno, dici?
- E’ così che facevano i pionieri quando i carri coperti restavano
impantanati, – disse Clark. – Costruivano come due piste con dei
ciocchi di legno.
- Figliolo, quello ti sembra un carro coperto?
- Facevano la stessa cosa anche coi pezzi d’artiglieria. Durante la Guerra
Civile.
- Forse dovremmo solo scaricare il camion, dissi io.
- Frena! – esclamò Ivan. Si posò le mani sulle ginocchia.
Studiò Clark. – Mi piacciono i ragazzi con delle idee, – disse.
Avanti, facciamo un tentativo.
- Tentar non nuoce, – esclamò Freddy.
- Proprio così, – disse Ivan.
Freddy e io andammo fino al capannone per prendere un paio di pale. Cercammo
di aggirare i solchi e le pozzanghere ma il fango ci risucchiava egualmente le
scarpe. Ora che eravamo soli, continuavo a pensare a quanto era dimagrito Freddy.
Ma non mi veniva proprio niente da dire. Neanche lui parlò.
Freddy entrò nel capannone, io lo aspettai fuori e quando uscì dissi: – Stiamo
per traslocare –. Nessuno a casa mia mi aveva detto una cosa del genere,
ma non so come mi vennero in mente quelle parole e mi sembrò giusto dirle.
Freddy mi porse una pala. – Dove andrete?
- Boh.
- E quando ve ne andata?
- Di preciso non lo so.
Ci avviammo verso il camion.
- Spero che non ve ne andiate, – disse Freddy.
- Chissà, forse non se ne farà niente, – dissi io.
- Forse alla fine resteremo qui.
- Sarebbe magnifico, dico se rimani.
- Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia…
- … tu mi sembri una badia, – concluse Freddy, ma continuò a
guardare per terra e non rispose al mio sorriso.
Lavorammo a turno per liberare le ruote, uno riposava mentre gli altri due scavavano.
Ivan rideva ogni volta che scivolavamo nel fango, ma per i resto ci osservava
in silenzio. Era quasi impossibile scavare nel fango e restare in equilibrio,
soprattutto quando il lavoro di scavo si fece più fondo. Alla fine rinunciai
e mi misi a scavare in ginocchio – facevi più legna in quel modo – e
Clark e Freddy mi imitarono. Ero coperto di fango fino alla vita e ai gomiti.
Ero così inzaccherato che smisi di badarci e lavorai di buona lena e basta.
Mi arresi allo spirito del fango e non mi preoccupai più anche se ci sguazzavo
dentro.
Sotto la direzione di Clark, scavammo davanti a ciascuna ruota due trincee piuttosto
larghe, lunghe circa un metro e mezzo, in salita, un po’ come due rampe.
Ficcammo dei pezzi di legno sotto le ruote e poi a mano a mano che avanzavamo
con lo scavo, rivestivamo le rampe con degli altri ciocchi. Avevamo quasi finito
quando le pareti cominciarono a franare. Clark la prese sul piano personale.
Continuava a ripetere: – Cavolo! – e Ivan rideva, dondolandosi avanti
e indietro sul ceppo. Clark urlò rivolto a Freddy e a me: – Scavate!
Scavate! Scavate! – e si sdraiò a pancia sotto per togliere con
le mani il fango che franava. Sentivo che Freddy aveva il fiatone, ma non si
fermò, e neanch’io. Scavammo come talpe e finalmente arrivò il
momento in cui le rampe erano pronte e le pareti reggevano. Clark gridò a
Ivan di mettere in moto il camion. Era eccitato e urlò con lui proprio
come prima aveva urlato con noi. Ivan restò piantato là, a guardarci
con gli occhi socchiusi. Clark ributtò i ciocchi avanzati sul camion.
- Avanti, ragazzi, – disse. – Noi dobbiamo spingere.
A quel punto Ivan si alzò in piedi, si sfregò le mani e venne verso
il camion, sempre guardando Clark. Prima di salire in cabina, gli disse: – Ragazzo,
se mai avrai bisogno di un lavoro, vienimi a trovare.
Clark, Freddy e io ci appoggiammo alla ribalta dl pianale mentre Ivan avviava
il motore e ingranava la marcia. Le ruote posteriori cominciarono a girare, sparando
all’indietro dei geyser di fango. Io ero in mezzo, ragion per cui non lo
presi in pieno, ma Freddy e Clark furono coperti di fango dalla testa ai piedi.
Freddy girò la testa, poi si piegò di nuovo in avanti e cominciò a
spingere insieme a Clark e a me. Ivan moveva il camion facendolo tremolare avanti
e indietro, cercando di portarlo sui ciocchi. Il camion si alzò leggermente,
esitò, poi slittò indietro sputando una nuova raffica di fango.
Clark e Freddy sembravano decorati a stucco. Si strinsero verso il centro, mentre
Ivan faceva rollare di nuovo il camion. Trattenni il fiato per non respirare
il pesante gas nero che usciva dal tubo di scappamento. Gli occhi mi bruciavano.
Il camion rollò e si sollevò di nuovo, le ruote sull’orlo
della rampa. Clark grugnì, una volta, due volte, tre volte. Seguii il
suo ritmo e spinsi con quanta forza avevo in corpo, finché non scivolai
e caddi lungo per terra mentre il camion finalmente sobbalzava in avanti. Le
ruote gemettero sul legno. Un ceppo venne sparato indietro e volò appena
sopra la testa di Clark. Lui sembrò non accorgersene stava guardando il
camion che avanzava sulla pista che avevamo costruito scivolando in avanti languidamente,
rumorosamente, mentre dalla ruote posteriori, che procedevano un po’ svirgolando,
si alzavano due grandi pennacchi di fango. Le ruote girarono selvaggiamente,
il motore strillò, dei ciocchi rotolarono giù dalle paratie. Guizzando
e ondeggiando il camion attraversò il pantano e spandendo gale di fango
raggiunse l’asfalto rotto davanti al capannone. Ivan ingranò la
seconda, una gran claxonata, e via.
- Stai bene? – disse Clark.
Freddy era piegato in due, con la testa quasi fra le ginocchia. Alzò una
mano per dire di sì ma continuava a boccheggiare. Il camion aveva lasciato
dietro di sé un silenzio esagerato in cui sentivo distintamente gli spasmi
e i raspamenti di ogni respiro di Freddy. Respirare gli costava una grande fatica,
era un lavoro duro e solitario. Come feci per andargli vicino, Freddy mi allontanò con
un cenno della mano. Clark prese uno sterpo e cominciò a togliersi il
fango dalle scarpe da ginnastica. Sembrava un progetto troppo ottimistico, data
la crosta di fango che lo copriva fino alla punta dei capelli, ma vi si dedicò serio
e metodico. Freddy si raddrizzò. Era pallido come uno straccio, il petto
gli si alzava e gli si abbassava come a un uccellino. Restò là per
un po’, a guardare Clark che si puliva le scarpe con lo sterpo. – Possiamo
pulirci su a casa, – disse.
- Se te la senti, – disse Clark, – vorrei dare un’occhiata
a quel tettuccio.
Era
tutto il pomeriggio che speravo che Clark tirasse in ballo
la storia del tettuccio, perché ero sicuro al cento
per cento che Freddy non poteva avercelo. E invece sì,
ce lo aveva. Stava nel sottotetto del capannone, dove il padre
di Freddy aveva immagazzinato gli articoli più interessanti
provenienti dal deposito di rottami di cui un tempo era stato
proprietario. Con tutti i pomeriggi di pioggia che avevamo
trascorso giocando lassù dovevo averlo visto centinaia
di volte, ma considerandolo inutile, dato che non avevo nemmeno
capito di cosa si trattasse, non ci avevo mai fatto caso. Il
tettuccio era più piccolo di quanto previsto dai nostri
progetti, ma i progetti potevano essere modificati: era un
vero tettuccio di aereo, e tanto bastava. Freddy lo illuminò lentamente
con la torcia elettrica dal basso verso l’alto, e poi
viceversa. Si doveva essere preparato in vista di questo momento,
perché a differenza di tutte le altre cianfrusaglie
stipate lassù il tettuccio non era coperto di polvere,
anzi, sembrava addirittura lucidato. La luce evidenziò alcuni
graffi. Tolti quelli, era perfetto: pulito, intero e persino
luccicante. Un oggetto semplice, ma anche tecnico. Concreto.
Se mai avessi nutrito dei dubbi, si sarebbero dileguati in quell’istante.
Ormai era evidente che la costruzione del nostro jet non solo
era possibile ma praticamente era già cosa fatta. Bastava
solo qualche altra giornata come questa e ben presto avremmo
potuto assemblare i vari pezzi e volare!
Clark domandò a Freddy cosa voleva per quel tettuccio.
- Ve lo regalo. Tanto sta qui a far niente.
Ci gingillammo ancora per un po’ nel capannone, poi tornammo
a casa di Freddy, dove sua madre, sconvolta dallo stato pietoso
in cui eravamo ridotti, ci ordinò di spogliarci e di fare
la doccia. Clark però non volle e si lavò solo
la faccia e le mani; io invece feci una lunga doccia, poi la
madre di Freddy mi diede alcuni vecchi vestiti di Tanker per
tornare a casa e avvolse i miei panni inzaccherati in un foglio
di carta da macellaio legato con dello spago annodato in modo
da ottenere una specie di piccola maniglia, un po’ come
un pacchetto di frattaglie. Freddy ci accompagnò fino
in fondo alla strada. Il sole stava calando. Dopo qualche metro
mi girai a guardare e vidi che era ancora là. A quando
mi girai una seconda volta, Freddy era scomparso.
Ci fermammo sul ponte del Flint e tirammo dei sassi contro una
bottiglia che era rimasta impigliata nelle alghe. Ero molto su
di giri perché avevamo tirato fuori il camion dal fango
e avevamo trovato il tettuccio, inoltre la madre di Freddy mi
aveva prestato la giacca da motociclista di Taneker, e anche
se le maniche mi arrivavano alla punta delle dita, mi dava una
sensazione di onnipotenza che rasentava la follia. Quasi speravo
di imbattermi nella banda di ragazzi del parco, sicuro di potere
infliggere loro una bella batosta.
Mi protesi oltre la ringhiera del ponte, sputai nell’acqua.
- Freddy vorrebbe essere dei nostri, – disse Clark.
- Te l’ha detto lui? A me non ha detto niente.
- Eri sotto la doccia.
- Be’, cosa ti ha detto?
- Solo che gli piacerebbe venire con noi sull’aereo.
- Come? E se non accettiamo non ci dà il tettuccio?
- No. L’ha chiesto così, senza contropartita.
- Significherebbe ridisegnare la cabina di pilotaggio. Cambiare
tutto.
Clark aveva una pietra in mano. La guardò con un certo
interesse, poi con un rapido movimento delle dita la lanciò nel
torrente.
- E tu cosa gli hai detto?
- Solo che gli avremmo fatto sapere.
- Cosa pensi?
- Non so, Freddy mi sembra ok ma tu lo sconosci meglio di me.
- Freddy è uno a posto, è solo che…
Clark aspettò che concludessi la frase. Quando fu chiaro
che non l’avrei fatto, disse: – Decidi tu.
Allora dissi che, secondo me, era meglio tenere la cosa fra noi
due soli, almeno per il momento.
Mentre attraversavamo il parco Clark mi chiese di restare a cena
da lui così non lo avrebbero spellato vivo per come si
era conciato. Aggiunse che suo padre era ancora a Portland, come
se questo spiegasse qualcosa. Lungo la via del ritorno, Clark
se la prese comoda fermandosi di continuo a guardare le vetrine
dei negozi e le auto parcheggiate. Quando finalmente arrivammo
a casa sua tutte le luce erano accese e si sentiva della musica.
Anche se le finestre erano chiuse alcune note arrivavano fino
in fondo al marciapiede. Clark si fermò e restò in
ascolto.
- Strauss, – disse. – Bene. Mamma è di buon’umore.
(Tratto
dalla raccolta Proprio quella notte, Einaudi Tascabili Stile libero,
Torino, 1996.
Traduzione di Laura Noulian.)
Tobias
Wolff, vive a New York e insegna alla Stanford University.
E’ autore di romanzi, racconti e saggi. E’ considerato
il più importante autore americano di short stories
ed è stato paragonato a Carver e Cheever. Nel 1994 ha
ricevuto il Pen/Faulkner Award per il miglior romanzo per The
Barracks Thief, una storia ambientata durante la guerra del
Vietnam. Il suo libro di memorie This Boy’s Life è diventato
un film con Ellen Barkin e Robert De Niro. Il secondo volume
delle sue memorie Nell’esercito del faraone, che narra
la sua partecipazione alla guerra in Vietnam, è stato
finalista al Booker Prize. Tre dei racconti contenuti in Proprio
quella notte sono stati selezionati come i migliori dell’anno
e sono comparsi su prestigiose riviste quali il New Yorker
e Esquire.
Precedente Successivo
Copertina
|